Ci deve essere una parte infinitesimale di filamento, una combinazione nei nucleotidi, un qualcosa, insomma, nel DNA che condanna il tifoso Viola a rimanere, dopo certe partite, con quel retrogusto alla merda piperita in bocca. La Fiorentina ha affrontato la Lazio con la giusta mentalità e una concentrazione durata 94 minuti, ha resistito senza soffrire neanche tanto ad una tattica bianco celeste incentrata sul tentativo di limitare il gioco di Italiano per poi sperare nell’occasione giusta. Ha fatto la sua discreta partita. Ma alla fine la tic tac allo sterco compare tra i denti comunque. Sarri pensa per il match ad una situazione tattica che prevede una difesa con una linea a quattro bloccata, Rovella davanti ai difensori con le sue mezze ali a galleggiare tra il raddoppio difensivo e la ricerca dello spazio da aggredire in avanti. L’applicazione degli esterni alti nel ripiego, mira a ingabbiare sul nascere la transizione del primo anello delle catene laterali di Italiano tra ala, interno e terzino laziali. Una scelta che vuole limitare la prima fonte di gioco della Fiorentina, anche a costo di rinunciare alla costruzione. Italiano, da parte sua, appone delle piccole modifiche al suo disegno originale, pur mantenendo le stesse intenzioni di gioco di sempre. Nico a sinistra ha il compito di limitare il proprio raggio d’azione alla pura fascia, forse per aiutare, meglio di come potrebbero fare gli altri esterni in rosa, un Biraghi al limite della proponibilità. Milenkovic deve orientarsi in base ai movimenti di partenza di Castellanos e questo lo porta a schierarsi a sinistra, con Quarta che si adegua sul centro destra. La squadra di Sarri, effettivamente, riesce ad impantanare i movimenti delle catene laterali Viola ma, al tempo stesso, offre fette di campo centrale che permettono ad Arthur e Jack una gestione di palla continuativa. Senza la libertà sugli esterni, sono i movimenti di Beltran ad orientare le giocate offensive e quando questi sono letti bene dai compagni, ecco che la Fiorentina diventa pericolosa. Nel primo tempo la squadra di Italiano si fa preferire per gestione e capacità di riconquista del pallone, oltre che per una maggiore pericolosità di Beltran rispetto al suo omologo avversario. Nel secondo tempo la Lazio cambia il suo centrocampo per mantenere una certa freschezza in aggressione e contenimento e, credo, anche per il tentativo di portare meno palla a favore di uno scarico più veloce verso il suo attacco. La Fiorentina fa lo stesso, ma Italiano non prova a preferire il tentativo centrale rispetto allo svolgimento sulle fasce, cosa che, secondo me, avrebbe potuto creare parecchi problemi a Sarri. La Lazio ha un paio di buone occasioni distendendosi meglio che nel primo tempo ma la partita corre via sul filo di un sostanziale equilibrio che nel finale vede due sussulti: Maxime Lopez nel finale si libera per un tiro in area da dieci metri che però parte poco angolato e Milenkovic perde il contatto visivo con Vecino che gli sfila dietro. Quella mutazione nell’ acido disossiribonucleico fa il suo lavoro e il tentativo del serbo di sentire l’avversario diventa un fallo di mano all’ultimo secondo.
La Fiorentina non ha fatto una brutta partita ma io penso che nel gioco a scacchi tra gli allenatori sia mancato ad Italiano l’istinto killer. La Lazio infatti ha offerto per tutta la partita una visione chiara delle sue imperfezioni tattiche. Le vie centrali ieri sera erano illuminate come una pista di aeroporto e con un Beltran capace di aggredire lo spazio tra i centrali avversari come ieri sera, forse era il caso di abbandonare un rispetto eccessivo per le capacità degli avversari in favore di uno sviluppo verticale più portato in mezzo al campo. Ieri sera poteva essere la partita giusta per vedere Arthur e Lopez insieme, magari spesso uno in verticale all’altro, perché c’erano le possibilità di aggirare tecnicamente la spina dorsale avversaria mediano/centrale di difesa. Peccato. Per mandare via questo retrogusto servirà un bel boccone di gobbo arrosto.

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