I primi settanta minuti sono stati come la sabbia nel costume appena dopo un’incontro d’amore sulla spiaggia. Una brutta sensazione che ti toglie quel sorriso soddisfatto dalla faccia. Non ha funzionato niente, bisogna essere sinceri. Nel frullatore della stagione è obbligatorio variare la formazione e la rosa ha le potenzialità per disegnare un paio di squadre sul campo. Ma in un sistema complesso come la Fiorentina, basta un granello di sabbia a bloccare gli ingranaggi. Per me questo granello ieri è stato Maxime Lopez. Ieri il francese si è auto escluso dalla partita, sbagliando posizione nella ricerca della palla senza pensare allo spazio. Nel 4-2-3-1 a specchio Stankovic gli aveva messo in pressione il suo trequartista centrale e lui non se ne è mai liberato, portandoselo dietro come uno zaino pieno di sassi. E quindi rendendosi non servibile. Senza Lopez è rimasto un centrocampo in cui Mandragora e Bonaventura erano verticali l’uno all’altro, cosa che costringeva, soprattutto a destra, a venire in mezzo a coprire Kayo o Nico. Con un centrocampo così disassato è emersa in maniera prepotente la brillantezza fisica del Ferencvaros, una squadra meno sprovveduta delle previsioni. Una squadra che ha saputo declinare molto bene il modulo sia in pressione che in ripartenza. Gli ungheresi hanno capito subito quale erano le parti molli della squadra Viola e le hanno aggredite. In particolare la catena di sinistra di Italiano, che tra Biraghi e Sottil aveva la consistenza del burro di malga. Non ha funzionato niente. La pressione avversaria e le cattive posizioni hanno incentivato troppo spesso i lanci lunghi e questo, oltre a dilatare ulteriormente le distanze, ha isolato Beltrán, tagliandogli praticamente i piedi. Non ha funzionato niente, insomma. Ma poi Italiano ha tolto la catena lenta e il regista nascosto tra i cespugli ungheresi e la squadra ha riacquistato un senso. In particolare l’ingresso di Arthur ha dotato di nuovo la squadra di un appoggio per il centrocampo indispensabile. La Fiorentina ha cominciato a giocare sul filo tra i nervi e la razionalità e gli ultimi venti minuti sono stati, complice l’avversario ormai scarico, un assedio all’arma bianca. Nico come Atlante ha provato a mettersi sul groppone tutti i peccati dell’uomo viola, Parisi ha abbassato a furia di corse e rincorse il livello del terreno sulla sua fascia, Kouamé ha fatto la guerra agli avversari e ai suoi limiti, Kayode ha alzato i giri di un motore già bollente. Barak ha riempito fisicamente l’area e ha dimezzato lo svantaggio e poi un Ikoné entrato con la giusta cattiveria ha ripreso una partita che sembrava morta. Nico ce la stava per far vincere ma qualcuno in un altro piano astrale ha deciso che l’argentino doveva rimanere solo un uomo. Non ha funzionato niente. A parte l’anima. E questa Fiorentina ce l’ha grossa grossa. Il pareggio è un risultato un po’ meh, ma ieri sera ha lasciato la stessa sensazione della doccia che lava via la sabbia.

Commenti
Posta un commento