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Raffaele e i suoi fratelli

 



Per spiegare al mondo il fenomeno Palladino, quasi tutti gli addetti ai lavori si sono subito sbrigati a relegarlo nell’immaginario stuolo dei “figli di Gasperini “, una specie di setta unita da un patto tattico di sangue col capostipite Giampiero. Per me si tratta della solita scelta facile, una banalizzazione per certi versi inconfutabile (Gasperini ha allenato Palladino al Genoa) che serve a mascherare una visione disattenta delle cose. Perché sin dal suo battesimo ( contro la Juve) nel mondo degli allenatori professionisti, Fefè ha mostrato differenze notevoli rispetto al verbo del boss dell’Atalanta. Se ci si vuol basare sul modulo, ovvero sulle posizioni statiche iniziali, è innegabile che ci sia una preferenza comune tra i due allenatori. Il 3-4-2-1 è la magica sequenza numerica che ha permesso a Gasperini di svoltare il suo percorso a Bergamo, passando da un possibile esonero ad una marcia che ha portato Bergamo nell’élite del calcio italiano ed internazionale. Anche Palladino parte da questa rappresentazione statica per sviluppare la sua idea di calcio. Ma le differenze sono tutte in questo sviluppo. La più evidente riguarda i compiti degli esterni di centrocampo. Uno dei punti fissi del dogma gasperiniano prevede che i due esterni corrano su binari fissi, senza interessarsi delle faccende della zona centrale del campo, con la licenza di accentrarsi solo per aggredire l’area di rigore avversaria quando lo sviluppo offensivo avviene dalla parte opposta del campo. Gli esterni concepiti da Palladino acquistano una dimensione ulteriore, con il compito di stringere al centro quando l’azione viaggia sull’altro lato. Questo movimento nelle intenzioni ha due finalità: coprire il movimento in avanti di uno dei due centrocampisti interni, mantenendo sempre una mediana a due e offrire sempre una via di passaggio centrale in più, favorendo lo spostamento sull’esterno di uno dei due trequartisti. La zona centrale del campo per l’allenatore campano ha un’importanza diversa rispetto alle idee del suo allenatore. Per quest’ultimo il centrocampo è un mezzo di pressione, un modo per riconquistare palla il prima possibile per poi depositarla nelle zone di connessione tra esterno e trequartista, per Palladino il quadrilatero formato tra centrocampisti interni e trequartisti è il laboratorio in cui si decide lo svolgimento dell’azione. Nel Monza la connessione tra centrocampo e trequarti era molto più fitta rispetto a quella dell’Atalanta e il gioco d’attacco sugli esterni doveva essere liberato da questo gioco di passaggi centrali. L’arretramento da trequartista a centrocampista centrale di Passina è avvenuto per questo motivo, per avere, cioè, un maggior tasso di tecnica in una zona cruciale del campo. Anche l’interpretazione dei trequartisti ha delle sfumature di diversità. Almeno se si parte dal l’interpretazione storica del Gasperinismo, quella con il duo Ilicic - Gomez. Per Palladino, fino ad ora, non c’è un’intenzione simmetrica della trequarti. Voglio dire che i movimenti e le preferenze di gioco sono fortemente indirizzati dalle caratteristiche tecniche. Uno dei due trequartisti ha un compito di attaccare di più lo spazio anche senza palla e di fungere nel caso da vera e propria seconda punta. Io penso che sia questo il ruolo pensato per Gudmundsson, che abbina velocità e capacità sotto porta diverse dai colleghi. Quando questo succede, sulla trequarti scala il centrocampista interno con il terzino opposto che va a coprire la posizione aperta. Compiti e movimenti che non trovano riscontro nelle idee di Gasperini, per il quale il sistema è molto meno liquido. Un’altra differenza riguarda la pressione sul possesso avversario che per Palladino e molto meno di reparto rispetto all’altro. Il giovane tecnico predilige una copertura più uomo su uomo, per certi versi più simile a quella voluta da Juric, ma meno ossessiva rispetto alle idee del tecnico croato. Il Monza, infatti, passava in partita da momenti di pressione veemente a scelte di passività e ricerca del gioco lungo. E proprio questa elasticità di atteggiamento all’interno della partita rappresenta un’ulteriore grado di separazione tra il tecnico Viola e quello vincitore della scorsa Europa League. Insomma, Palladino avrà anche studiato Gasperini ma ci sono differenze profonde nel modo di fare calcio dei due che non vanno ignorate. Raffaele è giovane e ha già fatto vedere di capire come funziona il gioco ma, soprattutto, è un allenatore che si sta formando e che sta formando il suo ideale di calcio, metabolizzando tutto quello che gli si para davanti. Non è un caso che la sua prima vittima all’esordio sia stata un allenatore chiuso e refrattario ad ogni teoria come Allegri. Battuto per uno a zero ma dopo aver subito diciotto (18!) tiri. Godiamocelo senza avvelenargli l’aria intorno come troppo bene sappiamo fare nell’ambiente Viola.

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