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Omino bianco


 
Il mal d’Africa è una cosa che fino a due settimane fa io consideravo una cazzata inventata da qualche turista per giustificare il viaggio appena fatto. Avevo una marea di timori e pregiudizi che non mi permettevano di concepire come fosse possibile avere nostalgia dell’epicentro del terzo mondo. E invece scopro sulla mia pelle che di questo, come di tante altre cose, non sapevo proprio un cazzo. L’Africa ti entra dentro. È incredibile come un posto così sporco, così lontano dal nostro concetto di pulizia, riesca a ripulirti così a fondo. Kaolack è una città che non ha niente di turistico. L’intero agglomerato urbano è un’insieme di macerie, case storte che tentano di ergersi, sabbia, monnezza sparsa e scheletri di vecchie auto depredate di qualsiasi parte minimamente funzionante. Per le strade caotiche e dissestate si sviluppa una specie di vorticoso ballo a 70 all’ora in cui esseri umani, automobili, motorini,  animali e carri a trazione asinina si sfiorano incessantemente, tutto il giorno e tutta la notte. Senza prendersi mai. Il primo impatto è simile a trovarsi in un teatro di guerra o uno scenario da film zombie. Ma c’è una cosa che trasforma questa ambientazione e la rende bellissima: la vita. Frotte di bambini scalzi o in ciabatte con addosso vecchie maglie farlocche da calcio che corrono, giocano e ridono, banchetti di frutta e dí caffè ogni trenta metri, studenti e studentesse che vanno o tornano da scuola, donne bellissime di ogni età in abiti colorati che cucinano, rincorrono figli o semplicemente camminano, uomini che faticano per tirare su strani muri, lavorare il ferro o intagliare testiere da letto. Partite di calcio improvvisate tra scapoli e pluri sposati in mezzo a campi di sabbia e sassi, tra scarpini falsi e piedi nudi veri. Odori buonissimi di cibi sconosciuti e terrribili di acqua putrida e merda di animali. Un quadro folle in movimento che ti risucchia e ti cambia talmente le prospettive da diventare la cosa più bella che hai visto. Sono stati solo pochi giorni, ma credo di aver vissuto più in questo poco tempo che in anni. Forse scriverò ancora della mia Africa o forse terrò per me tutto il sapore, ancora non lo so. So solo che da quell’aereo sono sceso cambiato.

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